3. Contrasto bilingue di Rambaldo di Vaqueiras (fine XII sec.)
[LA BELLA GENOVESE]
Fonte: Rambaldo di Vaqueiras, Liriche, a cura di Thomas G.Bergin, Firenze, 1956
Trad. di Bergin.
I

"Domna, tant vos ai preiada,
Si ·us plaz, q’amar me voillaz,
Q’eu sui vostr’ endomenjaz,
Car es pros et enseignada,
E toz bos prez autreiaz;
Per que.m plai vostr’amistaz.
Car es en toz faiz cortesa,
S’es mos cors en vos fermaz
Plus q’en nulla genoesa;
Per q’er merces, si m’amaz;
E pois serai meilz pagaz
Qe s’era mia·ill ciutaz,
Ah l’aver, q’es ajostaz,
                  Dels Genoes ".

II

"Jujar, voi no se’ corteso,
Que me chaidejai de zo,
Qe niente no farò.
Ance fossi voi apeso
Vostr’amia no serò.
Certo, ja ve scanerò,
Proenzai malaurao!
Tal enojo ve dirò:
Sozo, mozo, escalvao!
Ni za voi no amerò,
Q’e’ chu bello mari ò,
Qe voi no se’, ben lo so.
Andai via, frar’, en tempo
                 millorado ";

III

Domna gent’et essernida,
Gaia e pros e conoissenz,
Valla.m vostr’ensegnamenz,
Car jois e jovenz vos gida,
Cortesia e prez e senz,
E toz bos captenemenz;
Per quus sui fidels amaire,
Senes toz retenemenz,
Francs, humils e merceiaire,
Tant fort me destreing e·m ve
Vostr’amors, qe m’es plasenz;
Per qe sera chausimenz,
S’eu sui vostre benvolenz
                E vostr’amics ".

IV

"Jugar, voi semellai mato,
Q e cotal razon tegnei.
Mal vignai e mal andei!
Non avei sen per un gato,
Per qe trop me deschasei,
Qe mala cosa parei;
Né no faria tal cosa,
Si fossi filo de rei.
Credi voi qu’e’ sia mosa?
Mia fe, no m’averei
Si per m’amor ve chevei,
Oguano morrei de frei:
Tropo son de mala lei
               Li Proenzai ".
 

V

"Domna, no siaz tant fera,
Qe no·s cove ni s’eschai;
Anz taing ben, si a vos plai,
Qe de mo sen vos enqera,
E qe.us am ah cor verai,
E vos qe.m gitez d’esmai,
Q’eu vos sui hom e servire,
Car vei e conosc e sai,
Qant vostra beutat remire,
Fresca cum rosa en mai,
Q’el mont plus bella non sai;
Per qe.us am et amarai,
E si bona fes mi trai,
               Sera pechaz ".
 

VI

"Jujar, to proenzalesco,
S’eu aja gauzo de mi,
Non prezo un genoì;
No t’entend plui d’un toesco,
O sardo o barbari,
Ni non ò cura de ti.
Voi t’acaveilar co mego ?
Silo salo meu mari,
Mal plait averai con sego.
Bel messer, ver e’ ve di’:
No vollo questo lati.
Fraello, zo ve afi.
Proenzai, va, mal vestì,
               Largaime star ".
 

VII

"Domna, en estraing cossire
M’avez mes et en esmai,
Mas enqera.us preiarai,
Qe voillaz q’eu vos essai,
Si cum provenzals o fai,
                   ant es poiaz".
 

VIII

"Jujar, no serò con tego
Poss’asì te cal de mi:
Meili vara per sant Martì
S’andai a ser Opetì,
Que dar v’a fors’ un ronci,
                     Car sei jujar".
 
 

Traduzione:
 

LA BELLA GENOVESE












I . Donna, tanto vi ho pregata, se vi piace, che mi vogliate amare; io son vassallo vostro perché siete valente e istruita e riconoscete ogni buon pregio: per ciò mi piace la vostra amicizia. Poiché siete in ogni atto cortese, il mio cuore s’è fermato in voi più che in nessun’altra genovese. Gran mercede sarà se m’amate, e poi sarò meglio compensato che se la città fosse mia con tutta la roba ammassata là dentro dai genovesi.

Il. Giullare, voi non siete cortese nel chiedermi questo; io non ne farò niente; vi vedrei appiccato

piuttosto che farmi vostra amica. Certamente ho da scannarvi, provenzale malaugurato. Sentite le parole noiose che vi dirò: sozzo, sciocco, calvo che siete. Io non vi amerò mai; ho un marito più bello che non siete voi e ben lo so. Andate via, fratello, aspettate un’occasione migliore.

III. Donna gentile e distinta, allegra, valente e saggia, valgami la vostra discrezione siccome gioia e gioventù vi guidano e pur cortesia, pregio, senno e ogni buon insegnamento. Per ciò io vi son amante fedele senza alcun ritegno; mi vedete sincero, umile e supplichevole. Tanto mi stringe e mi vince l’amor di voi a me così piacente. Una distinzione sarà se divento servitore e amico vostro.

IV. Giullare, voi sembrate matto che tenete tali discorsi. Possiate venire e andare in mal’ora. Non avete il senno d’un gatto. Troppo mi dispiacete, mala cosa mi sembrate. Io non farei tal cosa (qual voi mi chiedete) neanche se voi foste figlio d’un re. Mi credete una sciocca? In fede mia voi non m’avrete. Se per riscaldarvi contate su di me, morrete quest’anno di freddo. Di lega troppo cattiva sono i provenzali.

V. Donna, non siate tanto fera; non conviene, non sta bene. Conviene piuttosto, se vi piace, ch’io vi chieda a senno mio e che vi ami con cuor verace e che voi mi sciogliate dal mio soffrire. Vostro uomo sono e vostro servitore perché vedo, conosco e so quando guardo la vostra bellezza, fresca qual rosa in maggio, che nel mondo più bella non ne so. Così vi amo e vi amerò; sarà un peccato se la mia buona fede mi tradisce.

VI. Giullare, se io goda di me stessa, non stimo un soldo genovese il tuo provenzaleggiare. Non ti capisco meglio d’un tedesco, d’un sardo o d’un moro e di te niente m’importa. Vuoi tu discuter meco? Se mio marito lo viene a sapere mal accordo avrai con lui. Bel messere, ti dico il vero: non voglio tali discorsi, te l’assicuro, fratello. Vattene, provenzal mal vestito, lasciami stare.

VII. Donna, in confusione m’avete messo e in pena. Però ancor vi pregherò che mi lasciate mostrar come fa un provenzale quando è montato.

VIII. Giullare, teco non starò, poiché hai tale stima di me. Meglio sarebbe, per San Martino, che andassi da ser Obizzino; vi darà forse un ronzino, giullare che sei.